UNA NOTA 1978 PER JEAN-MARIE STRAUBbarFRANCO FORTINI

Attraverso un’altra guerra e poi episodi innumerevoli di stragi, di assassinii, di trattative e di paranoia politica, il conflitto del Medio Oriente ha perso l’esemplare nitidezza di lezione storica che nel 1967 aveva ancora potuto mostrare ad un osservatore appassionato quanto distante. Troppi altri avvenimenti si sono succeduti a persuadermi che il diritto a interloquire, da me allora assunto nei Cani in nome di un’ascendenza familiare e di un mio ragionato rifiuto di adulto, era davvero e in ogni caso derisorio; che anzi i soli autentici interpreti della realtà fossero i frammenti e i lembi della realtà medesima, i dispacci dei giornalisti internazionali, i cadaveri dei libanesi sgozzati, i fotogrammi dei dirottamenti: le maschere lerce della cronaca. Avrebbero dovuto entrare i Russi a Praga, uscire gli Americani da Saigon; crescere e poi scomparire i moti degli studenti attraverso l’Europa; urlare e poi spegnersi la voce del proletariato cileno; e, nel mio paese, per anni e anni svolgersi e riavvolgersi una guerra civile sempre più mascherata e bugiarda, fino alla disgregazione e all’avvilimento di tutta una generazione. Avevo guardato, come avevo potuto, con occhi abituati a guardare; ma proprio per questo mi pare oggi meschino avere ancora voluto, nel 1967, interrogare insieme, con una sola domanda e su una stessa pagina, gli avvenimenti arabo-israeliani e la mia vicenda biografica.

Naturalmente, non esiste, se si vuole evitare il ridicolo, nessuna possibilità di confondere la nozione di “ebreo” con quella di “Israele”. Anzi, la grande sfera culturale giudaismo, il suo suono storico e allegorico si sono, credo, definitivamente separati da tutta la realtà, positiva e negativa, dello stato israeliano e della sua vicenda; e soprattutto – non ci sarebbe bisogno di dirlo – dalla melensaggine editoriale, televisiva e filmica cresciuta sulle fosse ebraiche 1939-1945 e sulla sanguinaria quotidianità dei nostri anni. Non credo insomma di dover mutare opinione, per quanto è del conflitto del Medio Oriente, da quella che esprimevo più di dieci anni or sono. Opinione, non altro. Qualche mese dopo la pubblicazione dei Cani, avevo potuto scrivere, a proposito di un voluminoso numero che Les Temps Modernes aveva dedicato alla questione, che la chiave della situazione avvenire risiedeva nella capacità di organizzazione politica anticapitalista e antimperialista tanto in Israele quanto nei paesi arabi. Era un’ovvietà, non un errore. O semmai una previsione fino ad oggi smentita dai fatti; i fatti internazionali che ci hanno condotto alla situazione presente, di reazione generalizzata. Anzi, vedendo come il conflitto del Medio Oriente si sia venuto riproducendo, caso esemplare delle moderne guerre per interposti popoli, in Africa e tutt’intorno le coste dell’Oceano Indiano, viene da domandarsi se non stia divenendo sempre più chiaro, fino a farsi insostenibile, il profilo della lotta delle classi che si disegna dietro i conflitti interimperialistici e nello strazio dei popoli arruolati al servizio delle superpotenze.

I cani del Sinai è stato scritto con ira, a muscoli tesi, con rabbia estrema. La sua disperazione è ancora giovanile: maschera malamente la speranza. Invero, intorno a quell’estate 1967, la situazione era – per dirla in cinese – “eccellente”. Le borghesie filoisraeliane, cioè filoimperialiste, dell’Occidente applaudivano a grandi grida Dayan e i suoi ma già si era avviato, in Francia Italia Germania, quel sollevamento giovanile che in tutto l’anno seguente – accompagnato, almeno in Italia, da quello operaio – avrebbe indotto un mutamento così profondo degli equilibri che un decennio ci sarebbe voluto perché i poteri politici, i partiti, le istituzioni, cavalcando la crisi economica, riprendessero fiato. E oggi molti di noi accettano invece l’immagine del caos e della insensatezza. Per non aver saputo dare, in passato, alla nostra ragione la flessibilità dell’acqua e dell’erba, oggi ci tocca subire gli stomachevoli fumi mistici, iniziatici, ermetici, desideranti e 'trasversali' che si levano dalle cerimonie intellettuali, editoriali e bancarie. In questo ci è dato distinguere quale è la differenza fra il momento che, almeno nella Nuova Sinistra italiana, corrispose all’anno 1967 e il presente; che è di diserzione, non tanto dalla “politica” quanto da ogni finalità; e che si traduce in un accorciamento della previsione, in un rifiuto del progetto, insomma in una affascinante contemplazione della morte, propria e altrui.

Tutto questo è stato nitidamente previsto nel film di Straub-Huillet. Naturalmente non posso identificarmi alla interpretazione critica, anzi alla geniale interpretazione, che essi hanno data del mio testo. Quel che ho scritto, nel bene e nel male, è lì, nella pagina di quell’opuscolo, nella sua punteggiatura e nel suo ritmo. Né io che ho scritto e qui scrivo sono quel signore che nei fotogrammi di Straub-Huillet cova in se stesso una esistenza sconfitta e legge, quasi incredulo, quel che un altro se stesso ha scritto, con una enfasi riverberata dai silenzi e dai fragori del presente circostante.

In alcune fondamentali immagini del film, apertamente allusive ad un passato che potrà essere anche futuro se qualcuno saprà volerlo (le montagne pacificate, l’oleandro fiorito, il panorama di Firenze, la collina del finale) c’è un continuo scambio fra “rinuncia” e “promessa”. La rinuncia, la Entsagung, si converte, anche, in promessa[1]. L’assenza dell’uomo, dov’è più assoluta (perché anche la voce tace, come nella sequenza delle Apuane) afferma la “enorme presenza dei morti”; ma non sono soltanto quei morti, non soltanto le vittime degli eccidi nazisti. Quando il presente è visto da fuori del presente, esso diventa un luogo sul quale si possono proiettare gli spiriti passati e venturi. Ecco dunque che lo spazio delle montagne apuane implica una proposta di abitabilità, e abitabile è anche Firenze, fintanto che è veduta dalla collina. Quella proposta sommessa è però continuamente contraddetta, in altre sequenze, dal fragore del presente o dalla legge del passato, con la sua impraticabile santità (lo scampanìo, il traffico, la voce del rabbino che soverchia quella narrante). “Non qui ma altrove” è il pensiero dominante del film. In verità ciò significa: “Non oggi ma ieri e domani”. Per questo il suo intendimento profondo non è diverso da quello che era stato il mio. È detto con altri strumenti, è dilatato a maggiore significazione. La panoramica delle Apuane non “dice” soltanto quel che vi è accaduto e quanta calma copra i luoghi delle stragi antiche e moderne. “Dice” anche che questa terra è il luogo abitabile per gli uomini, è quello che dobbiamo abitare. Allora Straub chiede a me di tacere. La mia voce deve scomparire perché, come è scritto in Le temps retrouvé, “cresca l’erba non dell’oblio ma delle opere feconde, sulla quale le generazioni future verranno lietamente a fare le loro ‘colazioni sull’erba’, incuranti di chi dorme là sotto”. Questo è detto nel rapporto fra i ragionamenti – o le invettive – del testo e l’attenzione (la parola è di S. Weil) della macchina da presa. Straub ha allontanato e chiuso per sempre non solo un episodio della interminabile Judenfrage ma anche un tentativo (il mio) di regolare certi conti, di sbarazzarmene. Il suo film va ben oltre il mio testo.

Attraverso lo sguardo della macchina da presa che guardava me, ho anche potuto comprendere meglio alcuni insegnamenti formali che avevo ricevuto, in tanti anni, da alcuni pochi e assoluti maestri. Uno è la regola del morto-vivo, dello zombie. Vitalità, passione, immediatezza: in loro assenza non si fa nulla. Ma nello stesso tempo, se non muoiono, se non sono allontanate, ammutolite, guardate come beni perduti per sempre e non a noi destinati, non possono diventare “cibo di molti”. Fra qualche anno, ad esempio, nessuno comprenderà più che cosa sono stati la guerra del Vietnam e il conflitto arabo-israeliano. Abbiamo dimenticato ben altro. Non rimarranno che le comunicazioni televisive e i libri di storia. Questo è detto, in tutte lettere, nelle mie pagine dei Cani e la mia voce è ivi stridula proprio perché nell’atto medesimo in cui parla di “realtà” è soverchiata dall’assenza; e se Straub ha capito e ha detto tutto questo, come un musicista dice la sua musica a proposito di un libretto, ciò è stato perché è lui stesso soverchiato dall’assenza, perché sa come me che possiamo sperare di disegnare il futuro solo segnando a dito, con esattezza, le fosse di quel che non c’è, le lacune del reale.

Il terrazzo era in ombra al mattino. Poi veniva tutto riscaldato dal sole. Intorno c’erano alberi e fiori, c’erano nitidezza e luce. Molte erano le voci degli uccelli. Dietro la casa quadra saliva il monte, coperto di piante. Davanti, siepi e campi in declivio e il mare calmo e celeste. Il piccolo patio sul quale si muovevano i collaboratori di Straub era uno spazio delimitato, un palco cerimoniale. Su quel palco ho trascorso dieci giorni a ripetere i nomi della mia adolescenza, le parole di mio padre, l’orrore e la vergogna da cui tutti noi eravamo emersi. Ma quella tranquillissima natura non era né pace né felicità. Come nella grande panoramica delle Apuane, la calma era apparente, qualcosa chiamava aiuto, da un profondo. Ne eravamo coscienti, in qualche modo. Il mare e il cielo ci abbagliavano. Ma non era l’estate rovente. Il paesaggio chiedeva (noi chiedevamo attraverso il paesaggio) qualcosa come un “supplemento d’anima” e non avevo vergogna, come non ne ho ora, di questa locuzione spiritualista. Tutta la realtà della lotta ‘materialistica’ delle classi era inclusa in quei colori di idillio ed era per noi inseparabile da quei canti di uccelli…Nelle istruzioni che Danièle e Jean-Marie mi proponevano, il testo mi si estraniava sotto gli occhi; la mia difesa era debolissima, lasciavo che liaisons inattese alterassero la punteggiatura e la sintassi. Capivo che l’operazione filmica, proprio modificando quanto recava la mia firma, proprio disfacendo il tessuto dei miei pensieri, li sormontava, li conservava. Non so se in quelle parole ci fosse quel che si dice “valore” ma certo in quella loro distruzione-rinascita uno ve n’era. Ricordavo di aver letto come Cézanne guardasse talvolta a grande distanza la tela di un paesaggio che andava dipingendo, per sapere se, immessa nella natura circostante, reggesse il confronto. Qualcosa di simile mi avveniva di provare sul patio della piccola villa dove Straub mi costringeva a ripetere un teatro di giovinezza. Parole e idee che erano nate altrove, sporche di giornali e di rabbia, in anni di desolazione e pietà, tutto questo era finito davanti al piccolo oleandro fiorito, in una luce stupefatta. La parola “conversione” è certo grossa e falsa. Ma quella, più discreta, di “mutamento”, l’ho vissuta, credo, grazie all’operazione di Daniéle e di Jean-Marie, in quei giorni. Da allora, le parole e le idee che, nei Cani, mi dolevano ancora, hanno smesso di farmi male.

[In un mio appunto di allora ritrovo: “Sono ammalato, stanchezza, nevralgia al trigemino, capogiri. Succede, se si vuol rientrare nella propria biografia. Ma i due amici morti-viventi mi hanno data in questi giorni una straordinaria lezione di metrica”].

Oggi so che possiamo guardare a un reale senza fantasmi di consolazione. Della continuità atroce di sopraffazione e di violenza che abbiamo di fronte a noi, in Israele e qui e ovunque, possiamo parlare senza lirismo e senza autobiografia. Sembra che il processo della nullificazione e della distruzione delle differenze stia trionfalmente procedendo sul corpo delle ultime generazioni di europei, e non conti più che cosa accade nella casa del vicino perché non siamo vicini di nessuno, neanche di noi stessi e non esista nessuna questione ebraica o araba come non ne esiste più nessuna cristiana o marxista o bianca o nera o rossa; non esiste nulla. Ma un vero orgoglio mi dice che non è così. Certo, è doloroso accorgersi che si è faticato tutta la vita perché nella Sinistra penetrassero, sulla condizione degli uomini, alcune domande fondamentali che proprio la tradizione peggiore di quella Sinistra aveva ignorate o sfigurate e che oggi quelle domande sono accolte, stravolte, sfruttate dai nostri nemici e servono a distruggere ogni ipotesi di trasformazione del presente. Quel che si è cercato di scrivere contro il mondo viene oggi distrattamente ripetuto contro di noi e contro la verità in cui continuiamo a credere. Lo stesso Straub non vede forse ormai volgarizzato da astuti adattatori, del cinema e delle sue mode, quel che nella sua opera di vita è stato il risultato di un’attenzione inflessibile e di una speranza che lo accecava? Ma questa nostra sconfitta apparente ci riempie di gioia. Non perché l’inversione delle tendenze – che sappiamo sicura – possa essere meccanica, fisiologica, affidata al tempo e alla sua pigrizia, ma perché, come è stato detto, “la tentazione del bene è irresistibile” e quanto più un destino sembra distrutto tanto più comincia ad assomigliare ad una libertà. La resistenza, in lotta col presente, esiste già, ignota anche a se stessa. Le nostre pagine e i nostri fotogrammi possono anche esserle sconosciuti. Non questo importa, dopotutto. Non solo a noi le parole dell’ucciso di Birkenau, che concludono I cani del Sinai, continuano a chiederci di credere alla verità.

 

 

(Per gentile concessione della casa editrice, testo pubblicato su “I cani del Sinai”, Franco Fortini, Quodlibet, Macerata, 2002)


[1] La “rinuncia” è qui contigua ad un’altra parola di tradizione goethiana e brechtiana, la Erziehung, che è educazione e coltivazione. Quando Straub cominciò a girare il suo film, il piccolo oleandro (che appare mentre leggo un accenno all’inizio della guerra civile spagnola), non era ancora fiorito. Straub sapeva che la fioritura era imminente e per due giorni dette acqua, con una sua canna di gomma. Al mattino del terzo giorno c’erano i primi fiori rossi.