SCHIAVI DI TUTTI I GIORNIbarGIULIO SANGIORGIO

Cani e padroni (affettuosi all’eccesso) di cani (Be Loved), tranquilli fine settimana di sadomasochismo (A Weekend in Germany), quieti e dolci ritratti di schiavi sessuali (The Incomplete), prigioni gioco in cui subire torture (Haftanlage 4614). E via elencando. Consacrato dal Festival di Roma 2013, abitudinario della Berlinale, Jan Soldat (nato nella DDR, a Karl-Marx Stadt, nel 1984) documenta con corto e mediometraggi d’estetica low-fi, di rigorosa neutralità, l’esistere quotidiano di un’umanità per cui il sesso è fuori formato. I suoi film sono tasselli di una tassonomia sessuale fuor di norma, ma soprattutto gesti d’avvicinamento, pudico quanto implacabile, rispettoso quanto disorientante, all’uomo, dentro e oltre la pratica sessuale che lo caratterizza.

 

Be Loved, incentrato su una coppia di zoofili, mi parve subito una dichiarazione d'intenti: registrare la placida, anche tenera quotidianità di gesti ritenuti socialmente aberranti. Qual è lo scopo di questa tua pratica cinematografica?

Il mio scopo era neutralizzare il discorso sociale esistente per portare alla luce l'argomento della zoofilia, ovvero le relazioni anche sessuali tra uomini e animali, e rappresentarla così vicina alla vita di tutti i giorni in modo da diventare termine di confronto per gli spettatori. Lo spettatore è irritato perché sa che questi uomini intrattengono una relazione intima e sessuale con il loro cane, e io desideravo riprendere questi momenti quotidiani, in cui non accade nulla di strano, così che lo spettatore fosse forzato a guardarli come esseri umani e a confrontarsi con il proprio io. E questo accade anche perché i miei protagonisti non parlano mai di abuso sessuale nei confronti dei cani ma vivono il tutto come una relazione di dipendenza. Lascio “parlare” i loro pensieri, ma credo che uno spettatore, distante anni luce da questi argomenti, esprimerà il suo giudizio per mettere i miei protagonisti in un angolo e distanziarli il più possibile dal proprio io. Così abbiamo deciso di lasciarli parlare soltanto dei loro pensieri e dei loro sentimenti nei confronti dei cani, di desideri e paure, e penso che così sia possibile relazionarsi con loro e incontrarli attraverso lo schermo, in un rapporto paritario. I gesti teneri e placidi sono importanti perché distruggono le immagini spaventose che lo spettatore può creare nella propria testa e in questo modo, grazie al normalità del quotidiano, il livello personale e la tenerezza fanno ripensare lo spettatore. Concepisco questo film non come un'opera che afferma la bontà e la liceità della zoofilia, ovviamente, ma credo che il film aiuti a discernere, ad aprire la visione su un argomento.

Uno dei refrain del discorso critico sul tuo cinema è il richiamo continuo a Ulrich Seidl. Ma il suo formalismo cerca la caricatura sociale, mentre credo tu parta sempre da un tentativo di comprensione.

Per me è difficile comparare il mio cinema a quello di un così grande regista. Faccio film da poco tempo e il nostro background sociale e quello delle nostre immagini è diverso. Penso che Seidl abbia un approccio differente, perché vuole dire qualcosa di profondamente diverso riguardo alla società, ma ovviamente c'è affinità per quanto riguarda le persone che amiamo filmare. E credo che questa visione sia in fondo umanistica. Negli ultimi tempi il suo cinema sta diventando molto più complesso, perché fa film da oltre 20 anni e i suoi primi lavori, metodo compreso, sono cambiati. Per quel che mi riguarda posso dire che amo molto Losses to Be Expected (Mit Verlust ist zu Rechnen) mentre Animal Love è stato una grande “dimostrazione” su come desiderassi “essere amato” (si riferisce a Be Loved, ndr). Ho amato in particolare la dignità umana che può regalare la macchina da presa alle persone filmate e ho sentito qualcosa di veramente libero e sacro, non in senso spirituale ma più come una sensazione di serietà e rispetto per le persone filmate. È questo ciò che volevo ottenere nei miei film, un modo onesto di posizionare la macchina da presa. Ma tornando alla tua domanda la differenza principale che puoi sentire e vedere è che a Seidl non importa assolutamente la separazione fra fiction e ripresa documentaria. Invece ogni mio film deve avere una direzione precisa. Percepisco un formalismo in Seidl molto più rigoroso del mio, ma mi piace come crea le sue immagini e come inserisce al loro interno le persone. Credo che il mio modo di concepire l’inquadratura sia più aperta e concentrata: sono molto interessato a una realtà a cui posso reagire, ma questo non significa che posso prendere parte nel film in prima persona.

In questo senso la neutralità frontale del tuo sguardo sembra pronta a farsi riempire dall'umanità. Come un contenitore.

Esattamente.

Come trovi i tuoi personaggi? Che rapporti instauri con loro? Quanto li frequenti? Può sembrare paradossale, ma non mi sembra ci sia mai dell'esibizionismo, in loro, la ricerca della camera.

Ho trovato tutti i miei protagonisti su Internet, sui forum o su diversi siti. Il tempo che passiamo insieme varia di film in film: nel caso di Be Loved ho incontrato molti uomini, poi ho deciso di fare il film con Jens e Pascal. Prima di girare li ho incontrati tre volte e abbiamo parlato delle nostre vite, mentre il caso di Law and Order è stato “speciale”, perché un mio amico mi ha fatto notare che i miei film erano molto più interessanti quando si percepiva l'impressione che le cose affrontate fossero nuove anche per me. Così ho pensato che sarei dovuto essere ancora più curioso: e a quel punto ho compreso che sono molto più curioso quando non so niente. Di solito durante il primo incontro sono il più aperto possibile e così ho deciso che avrei dovuto fare il prossimo film senza conoscere i protagonisti. Per The Incomplete, il film sul sessantenne che vuole vivere come schiavo, ho avuto solo un breve incontro prima di girare, dove gli ho descritto come lavoro. A proposito dell'esibizionismo credo che sia molto importante che tutte le persone che voglio filmare siano motivate a mostrarsi, che siano aperte a mostrare se stesse in una maniera emozionale e fisicamente nuda, ma soltanto alle loro condizioni: altrimenti si percepirebbe un che di voyeuristico. Capisco il voyeurismo ma nell'accezione più nascosta, che per me significa più che altro il desiderare qualcosa, il riconoscere curioso. Esibizionismo significa anche che l’altro ama mostrarsi, non solo nudo, ovviamente, e ama parlare di sé, delle sue emozioni.

Una delle ossessioni del mio percorso di ricerca sul contemporaneo è l'emergere e il ricorrere della figura dello schiavo nel cinema d'oggi. Schiavi nella Storia (da Django Unchianed a 12 anni schiavo), schiavi sessuali (ed è questo aspetto che mi ha avvicinato ai tuoi film). A mio avviso questo continuo ritorno è legato anche alle condizioni dei lavoratori al tempo della crisi, a una nuova forma di schiavismo e sottomissione, ai rapporti di potere tra l'1% e il 99%. Ci sono film, come il capolavoro di Claire Denis Les salauds, dove l'essere schiavo è uno stato della mente, un'ideologia mutata e aberrante: il sottomesso economicamente vuole fortissimamente, fisicamente essere schiavo, toccare l’abisso. Nel tuo cinema la questione diventa sessuale. Si prova piacere a essere schiavi. Che ne pensi? Perché ti affascina tanto lo schiavismo sessuale?

Dopo i primi due cortometraggi sulla vecchia coppia sadomaso, ho ripensato alla mia posizione sui rapporti di potere ed ero curioso di vedere se qualcuno, che gioca ad essere padrone per una sessione limitata, fosse interessato a vivere nella quotidianità come schiavo a tempo pieno. Così incontrato alcuni padroni e alcuni schiavi e ho subito capito che lo schiavo sessuale di oggi è una sorta di schiavo della Storia: non è obbligato alla schiavitù, ma la sceglie. La maggior parte la sente come ruolo in un gioco, ma la mia fascinazione riguardava più le modalità di una simile una decisione, visto che non ero tanto interessato al perché qualcuno volesse essere schiavo quanto curioso della sua vita quotidiana. Ho incontrato Klaus, il protagonista di The Incomplete, e mi ha veramente impressionato per come cercasse di vivere la sua vita: mi ha mostrato le catene con le quali si lega al letto e questo procedimento è stato per me un'immagine cinematografica potentissima; a quel punto era chiaro che avrei fatto il suo “ritratto”, che gli avrei dato spazio per esprimere i suoi pensieri, le sue parole, le sue emozioni e sensazioni, avvicinandomi a lui per frammenti, in modo che si sentisse libero. Come ho scritto nel catalogo per il Festival del Film di Roma, «essere uno schiavo nella società moderna è molto simile alla figura del documentarista: si tratta di ottenere la più grande libertà possibile all'interno di limiti che ti poni. Questa è la similitudine che ho trovato tra i nostri due modi di essere: lui schiavo, io filmmaker. E così la forma del film è sempre l'espressione del suo modo di vivere come schiavo».

Mi sembra che il tuo cinema dica: «esiste una violenza atavica, nell'uomo, ne prendo atto, negarlo è ridicolo, ma tutto questo può detonare tra le mura domestiche, nel gioco sessuale, in luoghi di simulazione. Può diventare innocuo».

È una considerazione interessante. Vedo quel tipo di violenza come un'energia o come volontà di sentirci noi stessi, di essere in confidenza con il nostro corpo in maniera completa, un trovare qualcosa al di là del dolore che cura il dolore. Se penso ai miei film, la violenza è in un contesto riconosciuto, volontario da entrambe le parti e, penso che sarai d'accordo con quella che tu definisci violenza, riconosciuta come possibile per liberare il dolore. Per me è un'espansione della mente nel corpo, ecco cosa mi piace dei miei protagonisti, il fare qualcosa che è visto dalla maggior parte delle persone come un che di negativo, ma a cui loro donano un significato differente.

Hai visto Nymph()maniac? Che ne hai pensato? Vorrei sapere nello specifico a cosa ti ha fatto pensare il dialogo tra il pedofilo e Joe, che credo possa relazionarsi con il tuo cinema. Ovviamente non voglio instaurare un legame tra la pedofilia e le pratiche che tu affronti nei tuoi film. Ma credo sia interessante il fatto che in quel momento del film di Von Trier il personaggio del pedofilo prenda atto della sua natura, e ribadisca il fatto che quel desiderio debba essere bloccato dalla morale. Mi interessa il fatto che in quel momento ci sia un riconoscimento della propria natura. È solo poi che il fattore diviene umano, arbitrario: nei tuoi film l’impulso violento si fa gioco, nel personaggio di Von Trier deve essere ammutolito, nonostante lo distrugga dentro.

Sì ho visto il film ed è difficile dare un'opinione seria a riguardo, perché ho poco a che fare con un film così. Trovo che sia più che altro intrattenimento, perché credo Lars von Trier conosca perfettamente la dinamica ritmica del film e come si sente una persona mentre lo guarda. Questo non ha niente a che fare con il mio cinema e per me il film è stato anche noioso da guardare. Benché sia molto intelligente, è sempre riferito a se stesso e segue quello che si sviluppa nella testa dello spettatore. Credo che sia molto furbo ma per me non è un valore aggiunto: resta un tipo di intrattenimento cinematografico, di gioco con lo spettatore, cosa che non mi interessa, e quindi dopo averlo visto non ho pensato molto al film e non ricordo molto bene le scene ma quello che riesco a ricordare non mi è piaciuto per nulla. Riguardo al pedofilo, credo che fosse solo un giocattolo per la recita di Joe. Per me non ha nulla a che fare sul come affrontare la diversità sessuale. E l'argomento della pedofilia è usato soltanto in questa scena, per mostrare che lei è in grado di portare quella passione nascosta fuori dagli uomini. Ma c'è del cattivo gusto, perché lei abusa della sua forza in una maniera molto egoista, e lo fa soltanto per sapere quanto lontano può spingersi, perché sa che può farlo. Penso che la scena dica molto di più sulla psicologia di lei rispetto a quella dell'uomo, credo di ricordare che lui pianga come sorta di liberazione. Quindi sono d'accordo quando dici che la conoscenza della propria natura possa aiutare a gestire, e in questo caso silenziare, il desiderio. Ovviamente i desideri che interessano a me sono diversissimi. Non c’entrano nulla con la pedofilia. Per me è sempre stato molto importante che le persone combattessero per i propri diritti. Che dicessero, nonostante quel che pensi la società, «mi piaccio, mi vedo bellissimo e mi sento fiero di quel che sto facendo, in barba all'opinione altrui». Questo comportamento è qualcosa che ho sempre ammirato. E penso che si possa imparare molto dall'effetto che fanno i miei protagonisti su chi guarda: quel che significa creare uno spazio all'interno del quale poter essere semplicemente se stessi, nel quale l'alterità non costituisca un termine negativo. Un luogo in cui poter vivere la propria alterità come normalità. Però, ripeto, è impossibile paragonare le diversità sessuali dei miei film con la pedofilia. Non so nulla della pedofilia. Per questo è difficile per me parlarne, e in particolare parlarne in relazione ai miei lavori. Dobbiamo fare molta attenzione quando parliamo di questi argomenti: ogni tema è in se stesso molto diverso e complesso. E potrebbe portare facilmente il lettore di questa intervista a fraintendere alcune dichiarazioni.

Cosa ti piace del cinema d'oggi? Quali sono i registi con cui credi di essere in dialogo?

L'ultimo film che mi ha veramente impressionato è stato Til Madness Do Us Part di Wang Bing. Non ho mai visto una tale bellezza e una tale dignità in un altro film, è straordinario come Wang Bing abbia incontrato le persone con la sua macchina da presa mantenendo il suo metro di osservazione che porta alla vita. Un altro film che ho visto per la prima volta l'anno scorso è stato Hors Satan di Bruno Dumont, e del film ho molto amato il fatto che non ci siano categorie fisse fra il bene e il male. Il protagonista maschile è tutto: un diavolo, un santo, un salvatore, un vendicatore e ho amato la maniera in cui il regista è in grado di farti percepire tutte queste energie nella natura, il pregare e venerare la natura, la sensazione come se il Diavolo e Dio fossero nello stesso corpo. Rappresentare quelle forze nascoste è molto raro al cinema, è qualcosa che forse ci si aspetta dai film horror, senza trovare mai la stessa intensità. L'unico film in cui ho percepito la stessa forza è The House of the Devil di Ti West, dove negli ultimi 10 minuti la protagonista viene messa incinta dal diavolo. Questo film mi ha fatto sentire compreso nel mio lavoro. Perché c’è qualcosa che si spinge fino alla realtà e ci arriva fisicamente, qualcosa che diventa tangibile in maniera esistenziale. Non sto dicendo che i miei film sono in grado di raggiungere questa forza. Ma mi piace molto quando il cinema ci riesce.

(Un ringraziamento a Cecilia Ermini)