FATTI FOSTE PER VIVER COME EROI. E PER (NON) MORIRE COME TALIbarEMANUELE SACCHI

Una collana di Dvd dedicata alle perle rare del cinema dell'Estremo Oriente, a ciò che un mercato miope come quello italico ha lungamente ignorato, non può che cominciare con A Hero Never Dies. È il 1998 quando il film esce ed è ancora assai fresco il passaggio di Hong Kong da colonia britannica a regione a statuto speciale, sotto l'ala protettiva di Madre Cina. Una sottile inquietudine che serpeggia tra gli anni più difficili di una cinematografia angosciata dall'incertezza del futuro e ossessionata dalla volontà di accontentare un pubblico che non sa come prendere; anni pieni di troppi film e di confusione acefala, l'inizio di una crisi quasi irreversibile, pregevoli colpi di coda a parte.

Ma è nelle macerie della Hong Kong che fu che la poetica di Johnnie To e della Milkyway si eleva, convogliando gli umori geniali sparsi in una carriera fin lì poliedrica e talora incline al compromesso nella reinvenzione della heroic bloodshed di John Woo. Mai come in A Hero Never Dies incombe l'ombra del regista di The Killer: una rivalità che si confonde con la più stretta delle amicizie, superomismo di personaggi sopra le righe minati dal tarlo di una competizione impossibile, in quanto rovesci della stessa medaglia. Jack e Martin sono uno dei più fulgidi esempi di amicizia virile – sì, quella perennemente vista come omosessualità latente - della scuola di Chang Cheh e Sam Peckinpah, in cui le donne sono presenze rassicuranti (“Indossa tacchi alti e fai rumore, così il tuo uomo saprà che ci sei. E se sta scopando con un'altra, sentirà che stai arrivando e avrà tutto il tempo per inventarsi una bugia”) o votate al sacrificio, del tutto univoco e deliberato, per l'uomo-eroe che amano-adorano. Anche nelle difficoltà, esasperate dal ricorso alla menomazione fisica, topos che attraversa il cinema di Hong Kong, partendo dallo spadaccino con un braccio solo di Chang Cheh per arrivare al Chow Yun-fat in stampelle di A Better Tomorrow. Luci calde, a dominante rossa, dello showdown, gocce di sangue su cui insiste la macchina da presa, vino pregiato che è nettare per novelli dei di un singolare Olimpo. Un film di carne e sangue, guidato dalla passione, ancor più dall'epica del gesto che dall'estetica dello stesso; dal codice d'onore, il jingi della tradizione giapponese cara a To, quella solenne e autodistruttiva degli yakuza eiga.

Onore vilmente offeso e calpestato dai boss, lesti a sbarazzarsi dei killer una volta esaurito il loro scopo. Ancora una volta l'elegia del “proletariato” della malavita, di insensati gangster che rischiano tutto per la fedeltà a un idea che non esiste, quando il vertice si rivela sempre più marcio della base. E infine un film dominato dal senso di morte al lavoro. Solo macchine dispensatrici di morte possono capire la signora con la falce, giocare con lei e infine vincerla, in una sequenza che rimarrà sempre un punto di non ritorno nell'epopea noir; con la complicità del ricorso a un'ironia necessaria per stemperare l'innalzamento sopra ogni riga del registro narrativo. L'Eroe supera anche l'ultima barriera per trasfigurarsi in leggenda di carne, come confermano il chiacchiericcio finale del bar dove si suona sempre Sukiyaki e quella bottiglia di vino che mai verrà aperta. Eroi e Leggenda, gesta che si confondono tra realtà e mito: un matrimonio indissolubile. Per Johnnie To, come per il Ford di Liberty Valance prima di lui.

A HERO NEVER DIES (Chan sam ying hung), regia di Johnnie To, Hong Kong 1998, 86' (Far East Film)